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L’International Obesity Task Force calcola che oggi in tutto il mondo siano obese oltre 300 milioni di persone, mentre altre 800 milioni siano in sovrappeso. Dinanzi a questi numeri non possiamo certo sottovalutare, oltre agli specifici fattori di genetica summenzionati, soprattutto una questione più generale di culturale della nutrizione, che investe il cosiddetto life style e il comportamento alimentare, sia dell’occidente, sia del terzo mondo. In questa ottica si può comprendere la recente scelta, solo apparentemente bizzarra, di alcuni Paesi moderni e avanzati come la Gran Bretagna, dove si contano circa 13MLN di obesi, di decretare persino per legge di voler premiare chi perde peso. Tanto ammonta la spesa sanitaria per la gestione dell’obesità e del sovrappeso che, come è noto, rappresenta uno dei maggiori fattori di rischio per un effetto domino sulle altre malattie croniche ancor più largamente diffuse.

Inoltre, come sopraccennato, l’obesità ha non indifferenti ripercussioni sul sociale per la vita di tutti i giorni di un individuo affetto da questa patologia. In questo senso, si possono anche leggere alcune scelte aziendali del trasporto aereo (Air France, KLM), quasi discriminatorie contro gli obesi, secondo cui, in nome della sicurezza e della qualità del volo di tutti i passeggeri, è lecito aumentare ad uno obeso il prezzo del biglietto del 40% in più rispetto a uno normale.

Sempre su questa linea, sta facendo molto discutere la recentissima dichiarazione della Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (Eshre), pubblicata dalla rivista Human Reproduction, in merito alla fecondazione assistita: « No alle donne obese o fumatrici ». La Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (Eshre) invita, infatti, i medici a negarla a meno di decisi cambiamenti nello stile di vita, sottolineando che il ricorso alla fecondazione assistita dovrebbe essere proibito alle donne che bevono, fumano o soffrono di obesità anche moderata, a meno che non decidano di cambiare il proprio stile di vita.

E la questione potrebbe essere allargata anche ad alcune misure politiche, che stanno facendo discutere Oltreoceano, in USA – Paese noto come l’alfiere del libero mercato, dell’individualità e della libertà, ma anche Paese con il più alto numero di obesi in assoluto –, dove si vuole agire con una vera e propria “fat tax” contro la ristorazione che pubblicizza questa cultura alimentare, e persino intervenire sul consumo alimentare quotidiano di alcune bevande e snack: argomento altamente delicato perché riguarda propriamente la sfera più soggettiva e personale del life style.

"Junk food", cibo spazzatura.

“Junk food”, cibo spazzatura.

Il riferimento va nello specifico a una battaglia senza precedenti contro il consumo delle bevande gasate a NYC, che il sindaco Bloomberg ha recentemente deciso di combattere, ponendone persino alcune forme di divieto; per finire alla recente battaglia ingaggiata dalla stessa Michelle Obama, per decretare per legge di lasciare fuori dalle scuole le macchinette degli snack del junk food. In via definitiva dopo quanto sopraccennato, possiamo affermare che la cura di una patologia cronica, quale l’obesità, non può prescindere da un rigoroso quanto definitivo cambiamento di stile di vita, che deve partire da una rieducazione alimentare in abbinata a una basilare attività fisica, al fine di potersi riappropriare di una delle qualità principali della vita: la tavola come luogo di convivialità e del mangiar bene e sano.

In questo senso, il riferimento non può che andare alla via indicata dalla dieta mediterranea come via magistraBisogna certamente individuare un punto di partenza in una metodica nutrizionale che sappia sostenere con motivazione appropriata di risultati a breve, medio e lungo raggio d’azione (perdita del peso) il grande cambiamento che il paziente è disposto a intraprendere e portare a termine con successo per riappropriarsi della qualità della vita: il piacere psico-fisiologico della tavola.

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